Cercare la verità

S. Pasqua 2010

Carissime sorelle,

            è passato quasi un anno da quando sono stato eletto Preposito Generale. So di essere stato presente nelle vostre preghiere fin dal primo momento. Moltissime di voi hanno anche voluto manifestarmi la loro vicinanza inviandomi lettere e messaggi di auguri. Anche se purtroppo raramente sono riuscito a rispondere, vi assicuro che queste attestazioni di fraternità e di affetto mi hanno toccato e sono state di grande conforto e sostegno nel momento in cui la mia vita cambiava radicalmente ed ero chiamato ad assumere un impegno di enorme responsabilità, del tutto superiore alle mie forze.

            In questi mesi ho avuto modo di incontrare molte comunità: in particolare, ho potuto visitare numerosi monasteri di Italia, Irlanda, Oceano Indiano, Colombia, India, Malta, Israele, Egitto e Spagna. Ho inoltre avuto incontri con le Associazioni dei monasteri italiani, spagnoli, indiani, latino-americani e della Terra Santa e con le Presidenti delle Federazioni della Francia. Non sono mancati poi alcuni scambi epistolari significativi. In tutte queste occasioni ho sentito insieme al calore dell’accoglienza e alla facilità della comunicazione, che scaturisce dalla stessa vocazione, anche una grande aspettativa. Mi ha colpito specialmente la richiesta esplicita da parte di alcune Associazioni, comunità e singole consorelle di ascoltare una parola del Preposito Generale sulla vostra vita, sul suo significato e sulla sua attuale situazione. Tutto ciò mi interpella e mi spinge a scrivervi con semplicità e con un po’ di audacia, sapendo che sono ben lontano dall’avere un quadro completo e dettagliato del Carmelo teresiano in questo momento storico. Penso, però, che per conoscersi sia necessario dialogare. Per questo oso prendere la parola, al fine di avviare con voi un dialogo fraterno, che spero continui e si approfondisca nei prossimi anni.

 

 

Il metodo: cercare la verità

            Nel prendere la parola né ho in mente un progetto o un fine specifico, né penso di seguire un metodo particolare. Vi scrivo con il solo fine di condividere con voi alcune riflessioni su aspetti che mi paiono in questo momento particolarmente importanti per la vostra vita, chiedendo la vostra collaborazione di mente e di cuore nell’arduo compito di guidare la nostra amata famiglia. A mio parere, non c’è altro metodo da seguire se non quello di cercare la verità in tutto quello che pensiamo, diciamo, facciamo. La verità soltanto ci può unire, perché essa non è né rigida, né equivoca, né intollerante, né indifferente. Senza questa ricerca incessante e radicalmente onesta della verità non potremo essere discepoli del Signore. Se non cerchiamo la verità e non la accogliamo, non cerchiamo e non accogliamo Lui, poiché ogni singola verità è frammento di Lui, della Verità che si è fatta carne, e si adatta a ogni storia e a ogni vita, per ricapitolare tutto nell’unità.

            Mi ha sempre colpito questa ricerca della verità presente nel Carmelo. Basti pensare all’insistenza di Teresa di Gesù sulla necessità di “camminare nella verità” (6M 10,7) e alla sua esperienza mistica di Dio come Verità (V 40); o anche al continuo interrogarsi di Teresa di Gesù Bambino sul senso di ogni parola o fatto vissuto e alla sua insofferenza per certa retorica che ripete luoghi comuni, non rispondendo agli interrogativi del credente e nascondendo la consolante e scandalosa verità del vangelo. E infine penso a Edith Stein, la cui esistenza è unificata da questa ricerca della verità, costi quel che costi; nessuno come lei può mostrare che la verità non può essere trovata se non a patto di lasciarsi trasformare da essa.

            La verità esige disciplina, come la Sapienza biblica (cf. Prov 8,32-36). Bisogna mettersi alla sua scuola per diventare “capaci di verità”, e cioè crescere interiormente per poter vedere la verità e portarne il peso (“Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso”, dice Gesù in Gv 16, 12). So che questo non è facile e richiede un esercizio spirituale e un’ascesi morale e intellettuale. La ricerca della verità esige che siamo umili e radicalmente onesti, quando si tratta di riconoscere i nostri errori e le nostre limitazioni; che siamo davvero distaccati e liberi, nel non lasciarci condizionare dai tanti idoli che inevitabilmente spadroneggiano sulle nostre vite; e infine, che siamo coraggiosi e forti, quando la verità si presenta nella forma di un disagio o di una inquietudine profonda, che annuncia qualcosa di nuovo che preme per venire alla luce.

Alcuni temi su cui riflettere insieme

            Sono tante le questioni su cui in questo anno mi avete interpellato chiedendomi un parere. Alcune hanno un carattere più tecnico o sono più legate a situazioni particolari. Qui mi limito ad affrontare quattro temi di interesse più generale, offrendo alcune semplici considerazioni che vorrebbero stimolare un dialogo e un confronto fra di voi e con voi. Non ho la pretesa di essere esaustivo, né di proporre una visione complessiva della vostra vocazione e missione, ma è chiaro che, nello scrivere queste righe, ho presente un’immagine della vostra vita, a cui attingere criteri per il discernimento.

 

1) La formazione

            L’importanza di questo tema è evidente a tutti e bisogna riconoscere che a partire dal Concilio Vaticano II si sono fatti molti sforzi per approfondire e aggiornare la formazione nei monasteri. A questo proposito è bene sottolineare che formazione significa essenzialmente cura di sé e della propria vocazione che contrasta la tentazione dell’ “accidia” (a-kedía = mancanza di cura). Pertanto, essa è orientata non tanto a una “informazione” culturale, ma a sviluppare la persona nelle sue dimensioni di vita, in quanto uomo/donna, religioso/a, carmelitano/a. Dietro ogni progetto di formazione, quindi, deve esserci (e c’è di fatto) un progetto e un ideale di vita, che si persegue. Pertanto, pur non escludendo la possibilità di percorsi miranti a sviluppare abilità più tecniche, corrispondenti a carismi e uffici individuali, in generale si può affermare che la formazione per le monache dev’essere caratterizzata prevalentemente da una duplice dimensione, contemplativa e comunitaria. La formazione dovrebbe essere il luogo in cui la comunità cresce e assume in modo più consapevole il suo cammino, come pure la persona si va radicando e integrando nella sua vocazione contemplativa.

            A tal fine penso si debba attingere innanzitutto ai tesori della nostra eredità teresiano-sanjuanista, e in questo senso ci è di grande aiuto il cammino di preparazione al quinto centenario della nascita della S. Madre Teresa, che ha suscitato tanto entusiasmo in tutte le comunità. Più ampiamente è l’intera tradizione sapienziale monastica, antica e moderna, che può istruirci e farci crescere proprio perché fiorita sul terreno della vita religiosa e spirituale e molto attenta ai suoi dinamismi interni ed esterni. Si tratta di una conoscenza della verità, non acquistata con un metodo scientifico e scolastico, ma raggiunta, o meglio ritrovata, attraverso un percorso esistenziale e relazionale.

            Oggi siamo letteralmente inondati dall’informazione, tanto estesa, quanto ridotta alla superficie, priva di spessore e di conoscenza reale dell’altro. L’uomo di oggi sembra impaurito dalla realtà e preferisce trattare con la sua immagine virtuale, essere “in contatto” con essa, anziché “in relazione” con l’altro. Per questo è tanto più necessario e profetico il cammino di chi cerca di costruire internamente la propria umanità, di ridare spessore alle esperienze quotidiane e alle relazioni personali, di ritrovare una sapienza morale e spirituale. Non si tratta di una sapienza mondana, siamo chiamati ad amare il mondo e a conoscerlo in una maniera non mondana, nella maniera in cui Dio lo ha amato fino a dare per esso il suo unico Figlio (cfr. Gv 3,16).

            La formazione contemplativa passa per un cammino di conoscenza personale, in cui si scopre che Cristo è la Sapienza (cfr. 1Cor 1,30) e in questa Sapienza si cerca di  penetrare sempre più in profondità. Tale formazione deve essere assunta responsabilmente, senza esentarsi dallo sforzo di un serio lavoro e di una ricerca costante, coerentemente con l’amore per la verità di cui parlavo all’inizio (cfr. 2S 22,13).

 

2)Collaborazione e interazione fra le varie istanze di governo del monastero

            Possiamo dire che una comunità monastica è governata da due autorità fondamentali: la S. Sede (generalmente, attraverso la CIVCSVA), che detiene l’autorità originaria, e la Priora (con il Capitolo della comunità) a cui è delegato il governo interno della comunità secondo le Costituzioni proprie. Poiché si tratta di due poli assai distanti, si rende necessario far presente la cura pastorale della Chiesa e il suo accompagnamento prudente e vigilante mediante istanze intermedie, che sono il Provinciale o il Vescovo, in quanto il monastero è posto sotto la loro giurisdizione, il Preposito Generale, come “capo della famiglia”, responsabile della sua unità e fedeltà al carisma teresiano, e l’Associazione o Federazione, nel caso di monasteri associati.

            È essenziale per il buon governo di un monastero innanzitutto che l’autorità interna della Priora sia esercitata con apertura e respiro ecclesiale, evitando ogni forma di gestione personalistica e autoreferenziale del monastero, che porterebbe inevitabilmente a una sua deformazione. Verso l’interno l’autorità deve lasciar spazio di espressione, e anzi valorizzare le diverse voci delle sorelle componendole in armonia. Verso l’esterno si deve sempre ricordare che un monastero non è una realtà privata, ma pubblica, di cui render conto di fronte alla Chiesa, che da essa si attende un contributo ben preciso alla sua vita e missione.

            In secondo luogo, è fondamentale la collaborazione e interazione tra le istanze di accompagnamento pastorale della comunità. In altri termini, specialmente in questioni importanti che riguardano il monastero nel suo complesso, la sua vita e missione, le sue possibilità di futuro, è necessario che il discernimento sia fatto mettendo insieme i diversi punti di vista: quello interno del Capitolo comunitario, quello esterno, ma assai vicino e simpatetico dell’Associazione (Presidente e suo Consiglio), quello ecclesialmente più ampio del Vescovo o del Provinciale e quello che considera l’Ordine nel suo complesso del Preposito Generale. L’informazione e il giudizio proveniente da tali fonti, possibilmente concorde, sarà quindi inoltrato alla S. Sede perché si prendano decisioni opportune (cfr. ad esempio Verbi Sponsa 30).

3) Circa l’autonomia del monastero

            L’autonomia giuridica di cui ogni monastero gode, in quanto “sui iuris”, è il dato legislativo in cui si riflette una realtà storica ed esistenziale. Infatti, ogni monastero ha una sua storia, una sua identità e fisionomia specifica, legata a una Chiesa locale, pur nella comune appartenenza al Carmelo teresiano, la cui unità deve essere considerata plurale e “sinfonica”. Giustamente le monache sono gelose di questa autonomia, che è parte dell’essenza carismatica del Carmelo come Teresa lo pensò e lo volle. Bisogna però rendersi conto che ogni storia, come ogni carne, è in divenire: nasce e cresce, ma proprio per questo può anche invecchiare e morire.

            Tuttavia, nel momento in cui un monastero si trova in difficoltà, per cui non possiede più i requisiti di “autonomia vitale” di cui parlano le Costituzioni (n° 203), si assiste spesso al tentativo di scongiurare la prospettiva della soppressione del monastero, ricercando aiuti da altri monasteri, anche assai distanti geograficamente e culturalmente. Ci si domanda se tali tentativi siano in continuità con la storia del monastero e coerenti con la sua esigenza di autonomia o piuttosto non la sacrifichino, nella speranza di salvare a qualsiasi costo la sua sopravvivenza. In ogni caso dovrebbe essere chiaro che una fase nella storia di quel monastero si è definitivamente conclusa, e tale fine va accettata con fede e pace, in una consegna serena e fiduciosa alla volontà del Signore. Ciò non esclude, nel caso che tale eventualità risulti realistica e giustificata dal punto di vista ecclesiale, la possibilità che si apra una nuova fase, diversamente caratterizzata.

4) Il cammino delle Federazioni e Associazioni

            Una delle novità più importanti nella vita dei monasteri negli ultimi decenni è stata la costituzione delle Federazioni e Associazioni. Attualmente esistono nel nostro Ordine 48 tra Federazioni e Associazioni (e altre sono in via di costituzione). Di queste 7 sono state fondate negli anni Cinquanta-Sessanta, 12 negli anni Settanta-Ottanta, e ben 29 a partire dal 1990. Si può dire quindi che si tratta di una tendenza in continua crescita, che già coinvolge il 75 per cento dei monasteri.

            Uno dei testi del Magistero che meglio e con più autorevolezza esprime il senso e la finalità delle Associazioni è Vita consecrata 59: “Tali organismi, salva sempre la legittima autonomia dei monasteri, possono offrire un valido sussidio per risolvere adeguatamente problemi comuni, quali il conveniente rinnovamento (congrua renovatio), la formazione sia iniziale che permanente, il vicendevole sostegno economico ed anche la riorganizzazione degli stessi monasteri”. Il “conveniente rinnovamento” è indicato come il primo e fondamentale impegno, per il quale lo strumento associativo offre un valido aiuto. Mi pare che intorno a questo punto ruoti tutto il senso e il valore delle associazioni.

            L’esigenza di incessante rinnovamento fa parte di ogni autentico cammino spirituale, personale e comunitario, e in modo specifico appartiene allo spirito teresiano, come dichiara il n° 1 delle vostre (e nostre) Costituzioni: “Quale espressione rinnovata del Carmelo, tale famiglia congiunge la fedeltà allo spirito e alle antiche tradizioni dell’Ordine con la volontà di un perenne rinnovamento”. Dio ci chiama continuamente a inoltrarci sulle sue vie, protesi verso il futuro, e chi più è in ascolto di Lui e della sua Parola, tanto più dovrebbe essere pronto a rispondere a tali appelli. Naturalmente, ciò che conta è che proprio di un rinnovamento mosso dallo Spirito di Dio si tratti e non di cambiamenti senza criterio, che portano a perdere di vista la specificità della vocazione della carmelitana scalza. Quanto suonano attuali a questo proposito le parole di S. Paolo: “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto” (Rm 12,2).

            È proprio nell’arduo, ma inevitabile lavoro di discernimento per un rinnovamento adeguato alla vostra vocazione che l’aiuto della vita associativa si rivela prezioso, fornendo l’ambiente di una fraternità allargata, in cui è possibile confrontarsi nel dialogo e nello scambio delle esperienze. A ciò naturalmente si aggiunge la possibilità di usufruire di un più ampio ventaglio di occasioni formative e di un accompagnamento specialmente nelle situazioni di difficoltà. Non credo pertanto che sia giustificato nutrire timori nei confronti delle Associazioni e Federazioni in quanto tali, poiché la loro finalità è precisamente quella di “custodire e promuovere i valori della vita contemplativa” (Vita consecrata 59). Nessun cammino umano è esente da errori o da rischi di errore, specialmente quando si tratta di cammini nuovi, ancora in fase di sperimentazione. Ma, come sappiamo per esperienza personale, la paura di sbagliare non è mai buona consigliera, né indizio di maturità umana e spirituale. Di un equilibrato cammino associativo farà parte anche la verifica delle esperienze fatte in una sincera, umile e onesta revisione di vita. Ricordiamo che  ciò che più ostacola la ricerca della verità è la preclusione ideologica, di qualunque tendenza essa sia.

            Nella luce del Signore Risorto vi invio questi miei pensieri, accompagnati dal mio augurio pasquale. La Pasqua diventa realtà costante nella vita della Chiesa e di ogni battezzato, che è un continuo morire per risorgere, dare la carne per ricevere lo Spirito, secondo l’esempio di Maria nostra Madre e Sorella. Sia questo il nostro unico impegno e la nostra unica gioia.

            Grazie, Signore, per il dono che ci hai concesso di poter camminare insieme come fratelli e sorelle nel Carmelo. Su tutti noi, ti prego, effondi la tua benedizione!

 

P. Saverio Cannistrà

Preposito Generale