Tutti e quattro gli evangelisti sono unanimi nel dire che Gesù lasciò la Galilea per seguire le orme di un tale di nome Giovanni. Giovanni aveva attirato l’attenzione di tutto il popolo come predicatore pentito: un gran numero di persone si era radunato intorno a lui alla foce del Giordano. Quanto a Gesù, lasciato tutto, va anche lui al Giordano per diventare discepolo del Battista. Anche lui dovette fare un discernimento tra i tanti “segni dei tempi” e ad un certo punto decise di seguire Giovanni. Con fede accettò l’offerta di Giovanni, il cui stile di vita e il cui abbigliamento mostravano chiaramente tratti profetici, cosa che non si vedeva da secoli. Gesù non ha mai negato l’autorità di Giovanni Battista. Fino alla fine della sua missione, quando gli viene chiesto a Gerusalemme da dove prese la sua autorità, Gesù si riferisce a Giovanni e indirettamente significa che credette dal profondo del suo cuore che il battesimo di Giovanni viene da Dio e che non ne è in alcun modo il risultato di uno sforzo puramente umano. Gesù credeva nel suo precursore.
Il comportamento di Giovanni, come il suo linguaggio, era critico. Non radunava le masse a Gerusalemme, nel sacrosanto centro – il Tempio – dove anno dopo anno si tenevano con grande notorietà tutte le adunanze religiose. Si può anche notare in questo asceta un certo pessimismo nei confronti delle strutture religiose esistenti e delle loro mediazioni. Come Elia, Osea o Geremia, il Battista cerca di riportare il popolo nel deserto, in una sorta di regressione culturale, per vivere lì l’Alleanza con Dio con una disposizione d’animo rinnovata e purificata. “L’ascia è già alle radici degli alberi!” “Tale è l’urgenza del vostro appello, un’urgenza che non è più ritardata e consumata dallo zelo. Agli occhi di Giovanni si tratta di realizzare un cambiamento radicale, un’autentica “conversione” (in greco: metanoia; in ebraico teshuva). Ciò si concretizza in un nuovo gesto simbolico che conferma l’impegno di ascoltatori e discepoli: un’immersione unica e completa nelle acque del Giordano.
Nel Giordano
Il Giordano ha due caratteristiche che fanno di questo fiume qualcosa di fuori dal comune rispetto a tutti gli altri fiumi del nostro pianeta (vedi comunque l’opinione di Naaman in 2R 5.12!): Il Giordano è il più basso di tutti i fiumi: scende a più di cinque cento metri sotto il livello del mare, il suo nome ne spiega il significato poiché “Yardén” significa: colui che scende (dal verbo ebraico yarad, scendere).
Dal punto di vista della storia della salvezza, anche il fiume Giordano è unico: costituisce il confine storico attraverso il quale il popolo di Israele è entrato, sotto la guida di Giosuè, nella terra promessa da Dio ai patriarchi.
Chi è battezzato nel Giordano, al richiamo di Giovanni, deve scendere più in basso di tutte le acque profonde della crosta terrestre. Gesù attraversa il confine che un tempo dava accesso alla Terra Promessa e lo fa con un nuovo stato d’animo. Riceve il battesimo come un convertito, aperto a tutto ciò che può far accadere Dio. Infatti, l’atteggiamento critico del Battista va di pari passo con un’immensa speranza: i tempi nuovi devono ancora venire. Dio stesso è pronto a visitare il suo popolo, minacciando chi vive nell’ingiustizia, liberando chi si convertirà veramente.
Chi ha risposto a una chiamata del genere? Persone di ogni tipo, ma probabilmente non principalmente dalla nobiltà o dall’aristocrazia sacerdotale di Gerusalemme. Gli evangelisti parlano di “folle”, di “pubblici peccatori”, di “prostitute”, di “popolo” (Lc 3,10-13; 7,29-30; Mt 21,31-32). Probabilmente dal Battista dovevano andare anche farisei, sadducei e giuristi, ma più per osservarlo che per essere battezzati da lui (cfr Mt 3,7; 21,32; Gv 1,19-.24; 3,25; 5.33). -35)
Gesù acconsentì a questo messaggio veramente eccentrico del Battista. Si unì a “peccatori” di ogni genere e chiese a Giovanni di battezzarlo.
Ciò fa riflettere: il primo atto pubblico di Gesù incide con la sua umiltà; Letteralmente “discese” nelle acque più basse del pianeta, in mezzo a una folla che si considerava peccatrice. Fu anche un atto di fede e dedizione da parte sua: prese sul serio le parole del Battista, pronto ad entrare nelle nuove prospettive che gli si aprivano. Era totalmente coinvolto.
Immersione e rivelazione totale
Quando Gesù esce dall’acqua, accade qualcosa di incredibile. Tale shock si legge e si avverte nella narrazione dei quattro evangelisti.
L’evangelista Giovanni descrive l’evento come qualcosa che si svolge all’interno del Battista e provoca in lui una vera rivoluzione. Lo testimonia lo stesso Giovanni: “«Ecco colui del quale io dissi: Dopo di me viene un uomo che mi è passato avanti, perché era prima di me. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare con acqua perché egli fosse fatto conoscere a Israele». Giovanni rese testimonianza dicendo: «Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui. Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: L’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo. E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio»”. (Gv 1,30-34)
Marco apre al massimo questo obiettivo: nel momento in cui Gesù esce dall’acqua, “vede che i cieli si aprono”. All’umile discesa di Gesù corrisponde una lacrima cosmica nelle sfere più alte. “Lo Spirito discende su di lui come una colomba” e una voce dal cielo rivela il significato dell’evento: “Tu sei il mio Figlio prediletto, hai tutto il mio favore”. In diversi testi intertestamentari, la colomba simboleggia la profezia. Qui Gesù riceve espressamente «lo spirito di profezia». La Parola del Cielo contiene almeno tre citazioni scritturali intrecciate, ciascuna da una prospettiva inequivocabilmente messianica (cfr Sal 2,7; Gen 22,2 e Is 42,1). Qui Gesù riceve il suo programma di vita: uscirà vittorioso nella pienezza messianica di Davide (cfr Sal 2); soffrirà e, come “figlio prediletto”, subirà la prova del sacrificio alla maniera di Isacco (Gn 22,2.12) ma, a differenza di quest’ultimo, non sarà risparmiato; sarà finalmente sollevato dall’indulgenza divina e, come il servo sofferente di Isaia (42,1-2), porterà incrollabilmente la giustizia e vincerà.
Matteo e Luca riprendono in toto la grande obiettività del relato di Marco. Sottolineano questo o quel particolare a modo loro (lo Spirito è disceso «in forma corporea», fa notare con una certa enfasi Luca); Indicano anche come i testimoni siano stati coinvolti nell’evento. Matteo avverte che Giovanni prima rifiuta l’immersione, quindi ascoltiamo qui la prima parola di Gesù in questo Vangelo: “«Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia». Allora Giovanni acconsentì.” (Mt 3,15). Luca, da parte sua, sottolinea la presenza del popolo nell’impegno di Gesù e associa direttamente una lunga genealogia a quanto è appena accaduto: questo Gesù, figlio di Dio, è figlio dell’uomo, figlio di Davide, figlio di Abramo, il figlio di Adamo, il quale, “nato da Dio”, può essere chiamato “figlio di Dio”. In solidarietà con tutto il popolo e come parte dell’albero di ogni stirpe umana, Gesù riceve il battesimo nelle acque del Giordano. Questa è la versione di Luca.
Questa quadruplice rappresentazione dello stesso evento storico permette di assaporare la fede e gli interessi catechetici delle diverse comunità cristiane. Abbiamo anche un’esperienza fondamentale di Gesù nelle nostre mani. Per Gesù improvvisamente tutto si è chiarito durante il battesimo: la sua identità più profonda si rivela e ha una visione più profonda delle sue diverse relazioni: la sua relazione con Dio, con la sua missione o anche con Giovanni Battista, precursore della fine. Questo discernimento deve aver rappresentato per Gesù un’esperienza spirituale eccezionale, una vera svolta di luce e di vita nuova.
Inabitazione dello Spirito Santo e “rivelazione”
I maestri contemporanei di Gesù avevano generalmente una visione piuttosto pessimistica dello Spirito Santo. Da Aggeo, Zaccaria e Malachia, si diceva che non ci fosse più Spirito nell’opera nella storia. Anche il Secondo Tempio, restaurato con i soldi del mezzo ebreo Erode, non era più veramente abitato dalla Shekina o dall’Inabitazione Divina. Non era più un luogo dove lo Spirito potesse dimorare.
In questo contesto, comprendiamo meglio l’estrema importanza del fatto che Gesù era in quel momento consapevole di essere abitato dallo Spirito. Ciò gli conferisce un’innegabile coscienza profetica con, peraltro, l’intensità specifica della dimensione escatologica: se i profeti intervengono ancora oggi nella scena della storia, il Battista non è un autentico esempio di ciò? – il passato non si ripete necessariamente, ma sta decisamente arrivando la fine dei tempi voluta da Dio. Oltre a questa tendenza profetica, l’inabitazione dello Spirito nasconde anche una dimensione religiosa e sacerdotale: Gesù doveva essere pienamente consapevole che il vero tempio coincideva ormai con la sua persona. Lo capiamo meglio dalle parole di Paolo: “Non sai dunque che sei tempio di Dio e che lo Spirito Santo abita in te?”. Una tale affermazione, introdotta da “non lo sai allora?” In genere si riferisce a una dottrina precedentemente esposta dall’apostolo a Corinto. Troviamo questa dottrina anche in un altro luogo, in Giovanni: «Ma parlava del santuario del suo corpo» (Jn 2,21; cfr anche 1 Jn 2,20-24).
In termini più psicologici, l’esperienza dello Spirito nel battesimo rappresenta per Gesù la coscienza di una “rivelazione” (letteralmente, “sblocco”), cioè di un’apertura di coscienza. Rivela l’individuo a sé stesso e gli permette di vedere tratti fondamentali della sua persona che sono sempre stati in se stesso e che quindi non potrà mai perdere del tutto. All’improvviso tutte le relazioni si fanno evidenti: autocoscienza e coscienza di Dio avvengono insieme, con la consapevolezza di una missione verso gli uomini. Quanto al contenuto, nel suo rapporto con Dio, Gesù sa di essere figlio del Padre; Nel suo rapporto con il popolo è il profeta escatologico, il nuovo Mosè, atteso dopo l’annuncio di Elia e ora chiaramente testimoniato dall’intervento del Battista.
Ogni rivelazione è generalmente preceduta da una certa qualità paradossale, da una tensione tra due estremi che, qualunque sia la loro antinomia, intervengono ora perfettamente conciliati nella loro massima polarità. Nel caso del battesimo di Gesù, la sua umiltà di unirsi senza esitazione alla folla dei “peccatori” e degli emarginati, ci sembra l’apertura qualitativa che ha provocato un improvviso allargamento della sua coscienza. Gesù è veramente un “giusto” quando lascia la Galilea per andare al Giordano. Ora, che un uomo giusto si presenti pienamente “in solidarietà con i peccatori” e lo faccia per Dio stesso, in obbedienza alla chiamata urgente del Battista, che sorprende e forte in questo primo gesto pubblico di Gesù. Da questo atteggiamento si aprono nuove prospettive, a cominciare da Gesù stesso. Come mostra il resto del vangelo, risulta che Gesù non avrebbe mai più potuto negare questa qualità originale di umiltà paradossale e solidarietà effettiva con i peccatori pubblicamente screditati. (Cfr. BENOIT STANDAERT, L’espace Jesus – Edizioni Lessius (Bruxelles 2005)
Ci sono motivi per stupirsi di fronte a questo mistero presentato dalla liturgia odierna, al termine del ciclo natalizio.
